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Quiet quitting

Domande colloquio di lavoro

Scritto il 8 Giugno 2026

Quiet quitting in Italia nel 2026: il fenomeno non è finito, è cambiato

Quando il termine “quiet quitting” è esploso sui social nel 2022, molti lo hanno liquidato come una moda passeggera — un trend americano destinato a non attecchire davvero in Italia. Quattro anni dopo, i dati raccontano una storia diversa. Il fenomeno non è scomparso. Si è normalizzato, si è diffuso e in Italia ha assunto dimensioni che non hanno eguali nel resto d’Europa.

In questo articolo analizziamo cos’è davvero il quiet quitting, cosa dicono i dati più aggiornati sul mercato italiano, perché succede e cosa possono fare concretamente le aziende per affrontarlo.

Cos’è il quiet quitting — e cosa non è

Il quiet quitting si manifesta quando i dipendenti decidono di limitarsi a svolgere le mansioni strettamente previste dal loro contratto, senza alcun impegno aggiuntivo o iniziativa personale. Il lavoratore si presenta in ufficio, esegue il proprio compito e torna a casa, senza investire ulteriori energie o passione nel proprio ruolo. Best Tech Partner

Il nome è fuorviante: non si tratta di dimettersi. Si tratta di smettere di dare di più — di ritirarsi emotivamente dal lavoro pur restando fisicamente presenti.

Non si tratta di un’improvvisa ondata di pigrizia o di una diminuzione dell’etica professionale, bensì di un sintomo rivelatore di problematiche più profonde all’interno delle organizzazioni. Il quiet quitting non è la malattia, ma piuttosto un segnale d’allarme che indica un deterioramento del “contratto psicologico” tra l’azienda e i suoi dipendenti. Best Tech Partner

Vale la pena chiarire anche cosa non è: non rispondere alle email fuori orario, non fare straordinari non retribuiti, stabilire confini chiari tra vita lavorativa e personale non sono forme di quiet quitting. Sono comportamenti sani — e confondere i due piani è uno degli errori più comuni che fanno le aziende quando cercano di affrontare il problema.

I dati italiani: il quadro è peggio di quanto si pensi

Secondo il Global Workplace Report 2025 pubblicato da Gallup, un quarto dei lavoratori italiani si dichiara attivamente disimpegnato. La media europea si ferma al 16%. Il dato italiano risulta quindi il più alto del continente. Unicusano

Solo il 41% dei lavoratori italiani afferma di stare bene, contro il 47% della media europea, e il 46% dichiara di sentirsi stressato, contro il 37% europeo. Talentgarden

In Italia appena un dipendente su venti si può definire davvero “engaged” — il risultato più basso a livello europeo. Adnkronos

Questi numeri non descrivono un’emergenza recente. Descrivono una condizione strutturale del mercato del lavoro italiano che preesisteva al termine “quiet quitting” e che quest’ultimo ha semplicemente reso visibile e nominabile.

Perché succede: le cause reali

Tra le cause più comuni spicca la mancanza di riconoscimento e apprezzamento. Il contratto psicologico tra azienda e dipendente include aspetti come la fiducia, il rispetto, le opportunità di crescita professionale, il riconoscimento del valore individuale e la percezione di un ambiente di lavoro equo e stimolante. Quando queste aspettative vengono disattese, i dipendenti sperimentano una profonda disillusione e demotivazione. Best Tech Partner

Le discrepanze salariali sono tra le principali cause del quiet quitting. Non necessariamente i dipendenti vogliono lavorare il minimo indispensabile, tuttavia ritengono che le ricompense non valgano lo sforzo extra. Virgilio Sapere

Spesso i dipendenti esprimono preoccupazioni che i manager riconoscono ma non riescono a risolvere o ignorano del tutto. I lavoratori che non si sentono ascoltati diventano apatici, perdono fiducia nell’azienda e tendono a lavorare il meno possibile. Virgilio Sapere

C’è poi una componente generazionale da non sottovalutare. Le ricerche evidenziano una maggiore prevalenza del problema nei giovani della Generazione Z, per la quale non sembra essere il denaro la priorità principale sul lavoro, quanto un equilibrio tra lavoro e vita privata. Ma sarebbe un errore ridurre tutto a una questione anagrafica: il disimpegno colpisce tutte le fasce d’età quando le condizioni organizzative lo favoriscono. Fede e Ragione

Le conseguenze per le aziende

Il quiet quitting non è invisibile — ha un costo misurabile. Secondo uno studio di Gallup, i dipendenti disimpegnati costano alle aziende globalmente il 9% del PIL globale. Adnkronos

Una delle conseguenze più dirette è il calo di produttività: sebbene un dipendente svolga le sue mansioni, non offre il proprio contributo alla cultura dell’ufficio, non collabora nelle sessioni di brainstorming e nelle riunioni, con conseguenze significative sul risultato complessivo. Fede e Ragione

A livello nazionale, secondo l’Indagine Confindustria sul lavoro 2025, il tasso complessivo di turnover ha toccato valori del 57,2% nel settore dei servizi. Questo significa che, in media, più della metà dei lavoratori del comparto ha cambiato lavoro almeno una volta in un anno. Randstad

C’è infine un effetto reputazionale: un’azienda con un alto tasso di turnover e un clima lavorativo insoddisfacente avrà difficoltà ad attrarre nuovi talenti. In un mercato in cui la reputazione come datore di lavoro conta quanto quella commerciale, questo non è un dato secondario. Adnkronos

Cosa possono fare concretamente le aziende

Affrontare il quiet quitting non significa chiedere ai dipendenti di fare di più. Significa capire perché stanno facendo di meno — e intervenire sulle cause, non sui sintomi.

Un approccio efficace è quello del feedback continuo: un metodo che prevede che manager e dipendenti si scambino feedback in maniera regolare, per rimanere allineati sugli obiettivi senza il rischio di accumulare mansioni fuori dalla propria job description. Istat

Ascoltare i dipendenti e i motivi delle loro insoddisfazioni è uno degli interventi più efficaci. Costruire rapporti e relazioni solide con il proprio team è il modo più diretto per colmare il divario tra aspettative e realtà. Virgilio Sapere

Sul fronte retributivo, è fondamentale assicurarsi che la retribuzione sia in linea con quella prevista dal mercato del lavoro e con il costo della vita, e introdurre un sistema di benefit aziendali coerente con le aspettative del team. Virgilio Sapere

I dati mostrano che le aziende Best Workplaces 2026 crescono fino al 20% contro l’1% medio nazionale. Il fattore chiave è la fiducia, l’ascolto e modelli organizzativi flessibili che trasformano il benessere in performance. Non si tratta di welfare accessorio — si tratta di un vantaggio competitivo misurabile. Euroborsa

Il quiet quitting visto dal lato del lavoratore

C’è una prospettiva che spesso manca nel dibattito aziendale sul quiet quitting: quella di chi lo vive dall’interno.

Per molti lavoratori, ridurre l’impegno al minimo contrattuale non è pigrizia — è una risposta razionale a un contesto che non riconosce, non remunera e non valorizza il contributo extra. È una forma di protezione del proprio equilibrio psicofisico in assenza di altri strumenti.

C’è un’enorme differenza tra il non essere costretti a fare straordinari non retribuiti e il limitarsi a fare solo il minimo indispensabile. Capire dove si trova il confine — e perché qualcuno lo ha attraversato — è il punto di partenza per qualsiasi intervento efficace. The Follow Up News

Conclusioni

Il quiet quitting non è finito. In Italia è strutturale, è diffuso e costa alle organizzazioni molto più di quanto venga riconosciuto. Ma è anche un fenomeno su cui si può intervenire — a patto di smettere di trattarlo come un problema di attitudine individuale e iniziare a leggerlo per quello che è: un segnale organizzativo che richiede risposte organizzative.

Solo investendo nel benessere e nella soddisfazione dei propri dipendenti, le aziende possono affrontare questa sfida e trasformarla in un’occasione di crescita. In un mercato del lavoro sempre più competitivo, chi saprà ascoltare e rispondere alle esigenze dei lavoratori avrà una marcia in più per attrarre e trattenere talenti. Il Diario d’Italia